Donne e tech: stereotipi, scandali e buone notizie

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Se ti chiedessimo di indovinare quante donne sono fan della pagina Facebook di Ehiweb, quale sarebbe la tua risposta immediata? Forse questa: pochissime, perché è una pagina di un provider che si occupa di ADSL e tecnologia.
Le donne, invece, sono il 37% ed è un numero che ci piace molto, che ogni giorno ci ricorda di stare attenti alle conclusioni frettolose e che ogni volta che abbiamo a che fare con un uomo o una donna, siano clienti, curiosi, candidati a un posto di lavoro con noi, commentatori di un nostro post, dobbiamo ricordare che le differenze sono un valore in più e niente altro. Solo così si tiene a bada il pregiudizio, lo stereotipo.

La donna che lavora, si interessa o ha a che fare con il tech solleva spesso questioni di cui si parla molto e che trovano spazio su siti web e social: è recentissima la vicenda di Isis Anchalee, ingegnere finita in una campagna pubblicitaria molto discussa proprio per la bellezza di Isis, quella che molti hanno definito parecchio distante dall’immagine tipica di un ingegnere (maschio).

Isis Anchalee e la campagna #ILookLikeAnEngineer

Isis Anchalee fotografata per la campagna di recruiting di OneLogin e alcuni dei commenti apparsi su Facebook in reazione alla scelta di usarla come testimonial.

La stessa Isis ha pubblicato un bel post per parlare di come quella campagna di recruiting diretta ai colleghi ingegneri – non a un sesso specifico – volesse solo mettere in primo piano alcune delle persone che lavorano per la OneLogin, l’azienda per cui lavora Isis, finendo invece per sottolineare quanto sia ancora profondo il solco tra realtà dei fatti, immaginario e pregiudizio. Per capire meglio, ecco alcune delle reazioni:

  • “Gli ingegneri non sono così” (cioè donne attraenti)
  • “La pubblicità serve a richiamare altre donne che però si sentiranno intimorite dall’avvenenza di Isis e non troveranno realistica la campagna”. È bene specificare che la foto di Isis è apparsa insieme ad altri cartelloni con foto dei suoi colleghi uomini
  • “La foto è troppo sexy”. Isis è fotografata con una maglietta nera, sorride ma non ammicca, ha i capelli lunghi ma non acconciati e curati con attenzione particolare: è una persona che lavora a OneLogin proprio come i colleghi fotografati insieme a lei per la campagna pubblicitaria

Per tutta risposta Isis ha inventato l’hashtag #iLookLikeAnEngineer e invitato chiunque voglia partecipare a dire la sua contro gli stereotipi sessisti, per affermare che anche nel tech esiste una diversità e che si può essere ottimi professionisti anche senza uniformarsi allo “stampino” che tutti abbiamo in mente quando pensiamo a un ingegnere. All’hashtag si è aggiunto subito dopo il sito www.ilooklikeanengineer.com che raccoglierà storie raccontate e condivise da donne che lavorano nel tech.

L’obiettivo finale? Magari evitare che una donna affronti un colloquio di lavoro per una posizione in ambito tech e debba “fare l’uomo” – e quindi conformarsi a un cliché – per convincere tutti della sua bravura.

Quello di Isis è un caso isolato? È il caso di parlarne? Se ne parla come se ne deve parlare? È tutta colpa degli uomini?

Noi pensiamo che sia sempre il caso di parlarne e di portare degli esempi positivi finché ce ne sarà bisogno. Ma pensiamo anche che a volte esiste una forma di autosabotaggio: succede quando una donna rinuncia a parlare in pubblico a una conferenza tech o a esporsi per paura di non essere presa sul serio, così succede anche di rinforzare una pletora di stereotipi ai quali non facciamo nemmeno più caso, secondo i quali, per esempio, una donna non capisce niente di computer, chiede aiuto a un uomo ogni qual volta c’è un’apparecchiatura elettronica di mezzo oppure si definisce “maschiaccio” una bambina appassionata di videogame. Gli esempi potrebbero andare avanti per molte righe.

Problemi, scandali e stereotipi duri a morire

“Succedono tre cose quando ci sono delle donne in laboratorio: te ne innamori, si innamorano di te e quando le critichi si mettono a piangere”. Il premio Nobel Tim Hunt si è messo in un guaio molto grosso quando ha pronunciato queste parole – per scherzo, ha detto scusandosi – e il suo commento sessista ha fatto nascere un trend di protesta identificato con l’hashtag #DistractinglySexy, dominato da foto di donne al lavoro – talvolta un lavoro che implica indossare camici o tute protettive ingombranti – che in modo ironico esprimono perplessità su come il loro essere donna possa incidere sul rendimento lavorativo dei colleghi uomini.

Alla fine del 2014 il lander Philae della ESA conquistava la sua cometa e Matt Taylor, uno degli scienziati parte di questa missione storica, si faceva intervistare indossando una camicia appariscente piena di donne più o meno svestite: proteste e attacchi contro di lui e contro chi non gli ha suggerito di cambiare camicia non si sono fatti attendere.

Quanto rumore per una camicia e per una battutaccia? Forse no. In ambito scientifico e tecnologico questi due episodi evidenziano una delle ragioni per cui le donne abbandonano il lavoro, anche se molto ben pagato: insieme a un salario che spesso non raggiunge quello dei colleghi uomini, poca flessibilità nei confronti di chi ha una famiglia, meno opportunità di carriera rispetto agli uomini c’è anche questa “cultura machista ostile” che in maniera più o meno consapevole fa sentire le donne poco considerate, non rispettate, non volute.

Queste considerazioni sono tratte da un bellissimo post pubblicato su Medium che punta dritto al cuore del problema: siamo noi stessi vittime di stereotipi quando pensiamo che le donne non siano per natura interessate alla tecnologia e alla carriera e iniziamo molto presto, dai nostri figli piccoli, a distinguere tra quello che può fare un maschio e quello che può fare e non fare una femmina.

Cosa succede nel frattempo? Piccole rivoluzioni nel tech

Una cultura non si forma in un giorno. Succede però che i tempi cambiano e anche le persone, e forse la cosa migliore da fare è sottolineare ed elogiare chi lavora per facilitare l’ingresso e la crescita delle donne nel tech, fino al giorno in cui non sarà del tutto naturale e non sarà più necessario farlo. Alcuni esempi? Eccoli qua.

La storia di GoDaddy e dell’addio al sessismo

GoDaddy è un provider, un grosso provider che aveva due grossi difetti: le pubblicità sessiste, di quelle con le ragazze semisvestite, e una reputazione non stellare in campo tecnologico.

Tutto questo finché un giorno il suo amministratore delegato Blake Irving si è reso conto che era giunta l’ora di cambiare tutto. Mossa di marketing o volontà di cambiare davvvero, il cambiamento è avvenuto ed è quello che conta: Irving ha assunto come Direttore tecnico e Vicepresidente esecutivo una riluttante ma poi entusiasta Elissa Murphy (ingegnere capo prima a Yahoo e poi a Microsoft), che ha portato l’azienda a concentrarsi sui piccoli business, aumentando la qualità del servizi, mentre nel frattempo GoDaddy si liberava della sua immagine sessista (vuoi anche perché tanti piccoli business sono gestiti da donne).

Risultato: oggi GoDaddy impiega molte più donne che in passato ed è finito nella classifica dell’Anita Borg Institute For Women and Technology come una delle aziende più accoglienti per le donne che si occupano di tecnologia. La storia del cambiamento di GoDaddy è raccontata in questo articolo di Wired.

L’Anita Borg Institute: al lavoro per le donne nel tech

Anita Borg è stata una brava programmatrice e aveva un desiderio: vedere sempre più donne lavorare nel tech e dare un contributo importante in questo settore. Non è solo una questione di numeri e di percentuali ma anche diversità di approcci, processi decisionali e metodo di lavoro che alla fine portano risultati migliori, in termini economici, di raggiungimento di obiettivi e di innovazione, come spiegato in uno studio interessante condotto da Lehman Brothers.

Proprio l’Anita Borg Institute ha pubblicato la lista delle aziende tech nelle quali le donne hanno più chance di esprimere tutto il loro potenziale grazie a una cultura aziendale che glielo garantisce, classifica in cui appare proprio GoDaddy insieme ad altre aziende tra cui Accenture, Apple e American Express.

Coderdojo: imparare tutti a programmare fin da piccoli

CoderDojo sta diventando sempre più diffuso e importante anche in Italia, nelle città dove su base volontaria ci si organizza per avvicinare i bambini tra i 7 e i 17 anni alla programmazione.

La filosofia inclusiva e collaborativa di Coderdojo, diffuso in una sessantina di paesi, è importantissima per creare confidenza con un mondo che spesso è di solo appannaggio maschile. Come lo stesso sito di Coderdojo afferma, l’obiettivo è di avere un numero pari di maschi e femmine ai Dojo e finché questa cosa non succederà da sé, gli organizzatori vengono incoraggiati a coinvolgere attivamente le ragazze.

Apple Developer Conference e Code Like a Girl

Lo scorso giugno sul palco della Apple’s Worldwide Developers Conference è salita una donna e la cosa ha fatto quasi più notizia delle novità tecnologiche presentate durante l’evento. Jennifer Bailey, vicepresidente di Apple Pay, ha interrotto un filone “no donne” che durava dal 2010.

Tim Cook, CEO di Apple, ha detto che sì, il futuro sarà luminoso se Apple si aprirà alla diversità (non solo di genere), e che la colpa di un gap ancora troppo ampio è proprio di chi lavora nel tech che dimentica sempre di parlare (anche) alle ragazze, mostrando loro dei modelli femminili a cui ispirarsi, raccontando quanto sia bello e divertente essere parte di un’azienda tech. Al momento Apple impiega per il 70% uomini.

Da parte sua, Apple offre uno Scholarship Program a giovani programmatori e una delle vincitrici è stata Kiera Cawley, 12 anni e nel mondo del coding da quando ne ha 9: Kiera è solo una delle protagoniste del video Code Like a Girl che mette in risalto tutta la passione e la capacità delle giovani coder. Insomma, uno di quei video da mostrare a figli e nipoti.

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